L’ultimo caso di art therapy  che vi voglio raccontare è quello di Marco.

Un bambino di dieci anni affetto in età precoce da sordità bilaterale neurosensoriale, senza una chiara causa accertata, in conseguenza di ciò ha riportato un lieve ritardo nell’apprendimento. Ma da qualche anno, seguito da una logopedista e psicomotricista, ha ottenenuto ottimi risultati. Marco è giunto da noi, affetto da una forma tumorale molto aggressiva, anche lui come Adi, era stato sottoposto a un intervento  non riuscito. Appariva  molto provato dal dolore anche a causa di  una grave infezione alla bocca.

Ricordando la prima volta che sono entrata nella stanza di Marco, le sensazioni che ho provato erano molto simili a quelle che ho provato entrando da ADI. Una forte angoscia, l’immagine del dolore e della rabbia. Nel caso di Marco, per questioni di urgenza, non c’era stato il tempo per  fare l’accoglienza e prepararlo gradualmente al trattamento che doveva affrontare. Il giorno stesso che l’ho conosciuto doveva fare un aspirato midollare e non poteva essere fatto in anestesia. La situazione era veramente scoraggiante anche perché Marco aveva difficoltà nella comprensione. Bisognava parlare lentamente e vicino al suo volto, cosa che non era stata fatta, quindi era terrorizzato, dato che non comprendeva cosa gli stava succedendo.

Tanta sofferenza senza che nessuno gli spiegasse nulla.

Anche i familiari non erano stati informati e supportati adeguatamente. Quella mattina, dopo un confronto con l’equipè medica e i miei colleghi, entro nella stanza ed inizio a cercare di comunicare con Marco, e spiegargli quanto gli era accaduto, e lui la prima cosa che mi disse in dialetto fu “chi fici a curpa è a mia”. Lui sentiva quel ricovero, il dolore e le cure, come un accanimento contro di lui per punirlo di qualcosa che aveva commesso e non conosceva. Tentai di rassicurarlo, che lui non aveva colpe e che non era una punizione, ma era affetto da una malattia, un tumore, e doveva curarsi. Iniziava questa cura speciale, spiegai nel modo più semplice di cosa si trattava cercando sempre di avere la conferma che lui avesse compreso. Lui non riusciva ad alzarsi, quindi, con grande difficoltà ed eccezionalmente tutto venne fatto in camera.

Con Marco usai  una tecnica di rilassamento che principalmente utilizza  il respiro,

suggerendogli di buttare il suo dolore con un soffio, più il soffio era grande e più il dolore si allontanava. Per aiutarlo nel rilassamento durante la procedura facevamo, un soffio e poi si contava, come una cantilena. Questa ripetizione di gesto, parola e suono, aiuta a distrarsi dal dolore e allontanarsi  dalla realtà. La compliance di Marco è migliorata tantissimo, riuscendo, anche lui dopo un lungo percorso, ad avere l’autonomia e la libertà di scegliere di fare la PL con le gocce o meno, riacquistando il sorriso, la voglia di giocare come qualsiasi bambino, anche se è un bambino che lotta quotidianamente contro il cancro, che adesso conosce. La sua malattia non è più un fantasma e può affrontarla.


Io ho scelto questi tre casi per rappresentare tre fasce di età diversa e tre modi diversi di procedere nell’accompagnamento in questo percorso. Soffermandomi alle procedure dolorose, ma ovviamente il dolore è intrinseco in ogni storia di malattia oncologica. Le procedure dolorose, la chemioterapia, i lunghi ricoveri, sono solo un aspetto della sofferenza che questi bambini e le loro famiglie devono affrontare. Il dolore è profondo nell’anima, ma i bambini hanno delle risorse infinite, e se dall’altra parte nel mondo degli adulti c’è lealtà, consapevolezza, partecipazione al loro mondo e al loro vissuto, loro non solo superano ogni difficoltà con il sorriso e la leggerezza che appartiene al mondo dell’infanzia, trascinando gli adulti a credere che in quel mondo, i miracoli possono accadere.


Angela Militello

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