Spesso si sente parlare di ragazzi vittima di bullismo a scuola. Le conseguenze sono drammatiche per chi subisce atti intimidatori e di violenza fisica e/o psicologica nell’adolescenza.

La cronaca testimonia come questo fenomeno sia aumentato negli ultimi decenni con epiloghi spesso fatali per la vittima che, influenzata dall’ormai negativa condizione sociale e affettiva, compie gesti disperati.

Potrebbe sembrare, a primo impatto, un fenomeno che caratterizza gli adolescenti e i bambini. Un fenomeno limitato all’interno delle scuole e dei luoghi di ritrovo giovanili. Il senso comune ci dice che gli adulti non sarebbero mai in grado di compiere comportamenti di bullismo, perché più maturi e in grado di capirne le conseguenza.

Purtroppo così non è. Da sempre fenomeni di bullismo, che prendono il nome di mobbing, si manifestano anche nel mondo degli adulti e, sopratutto sul posto di lavoro.

Nonostante  abbiano ricevuto meno attenzione rispetto al bullismo, i fenomeni di mobbing, posseggono le stesse caratteristiche e spesso le stesse conseguenze per la vittima. Ragione per cui non vanno sottovalutati e ignorati.

MOBBING: DI COSA SI TRATTA?

Con il termine “mobbing” si fa riferimento a violenze psicologiche e/o fisiche che hanno luogo all’interno di in gruppo sociale specifico, in età adulta. Il gruppo sociale fa riferimento, in particolare, al contesto lavorativo e a macro gruppi che hanno la caratteristica di essere nati per scopi diversi dall’amicizia e l’aggregazione. Infatti, nei gruppi spontanei e amicali, difficilmente vengono messi in atto comportamenti oppositori e/o competitivi con lo scopo di nuocere un altro componente del gruppo stesso.

Fanno parte del comportamento di mobbing tutti gli atti volti a umiliare, escludere, denigrare, provocare danno fisico e morale un’altra persona. Infatti non si tratta solo di “violenza fisica” e “aggressività”. Comprende anche la violenza psicologica, la diffamazione e l’umiliazione. Per violenza psicologica si fa riferimento a parole e frasi utilizzate con lo scopo di nuocere moralmente e far soffrire una persona. Insulti, affermazioni e attacchi all’autostima diretti a indebolire il soggetto fanno parte del comportamento di mobbing. Il comportamento DEVE essere protratto nel tempo e statico e deve necessariamente possedere intenzionalità e obiettivo di creare danno. Può essere messo in atto singolarmente (un singolo individuo che mette in atto comportamenti di mobbing verso un’altra persona) ma nella stragrande maggioranza dei casi è un comportamento di gruppo rivolto a un singolo, non in grado di reagire e difendersi.

QUANDO LAVORARE DIVENTA FRUSTRANTE

Nonostante rispetto ai fenomeni di bullismo il mobbing sia poco discusso, esso è presente in una grandissima quantità di contesti lavorativi. Il mobbing sul posto di lavoro è di difficile comprensione e spiegazione. Alla base può avere svariate motivazioni come ad esempio il comportamento di competizione, aggressività latente o uno stile di leadership eccessivamente autoritaria con a capo un leader che abusa del proprio potere. Purtroppo, è un fenomeno frustrante e destabilizzante che segna nel profondo la vittima e ne influenza anche la performance lavorativa. Quando, nel contesto lavorativo, si è vittima di mobbing diventa difficile sopportare e tollerare le ore di lavoro. I comportamenti volti a umiliare e/o danneggiare la vittima vengono interiorizzati e immagazzinati nella propria memoria, influenzando la percezione che il soggetto ha di sé.

Il mobbing rappresenta un enorme fattore di rischio per patologie legate allo stress, depressione, ansia e panico. La vittima si ritrova inerme, a dover sopportare soprusi e violenze verbali direttamente intenzionate a renderlo ancora più debole e indifeso. Specialmente se tali comportamenti sono portati avanti da un gruppo di persone, piuttosto che da un singolo, le parole scagliate diventano macigni che pesano sull’autostima e sull’immagine di sé. Le conseguenze possono essere disastrose. Se è un “capo” a incitare e guidare atteggiamenti discriminatori nei confronti di un singolo diventa ancora più difficile reagire e ribellarsi all’autorità e al gruppo di riferimento.

Le preoccupazioni di una “vittima tipo” sono svariate. Riguardano la paura di perdere il lavoro e non trovarne di migliori, la paura di essere esclusi da un gruppo cui si desidera fortemente l’appartenenza o la convinzione di meritarsi tale comportamento. Una delle conseguenze più drastiche, infatti, riguarda l’interiorizzazione di insulti, critiche e commenti riguardo sé stessi che provocano l’abbassamento dell’autostima e la convinzione di essere realmente come i nostri persecutori ci descrivono. In definitiva, la percezione e rassegnazione di meritarsi critiche e cattiverie che spinge ancor più il soggetto a non reagire alle violenze.

IL FENOMENO DEL CAPRO ESPIATORIO

In molti contesti gruppali, non solo sul posto di lavoro, più che di mobbing si parla di capro espiatorio. Nonostante i due concetti siano confusi esistono delle differenze incisive che ne fanno due costrutti separati. Il capro espiatorio non necessariamente viene vessato e “torturato” psicologicamente. La sua funzione, in psicologia dei gruppi, è ritenuta fondamentale per l’omeostasi del gruppo.

Il capro espiatorio riceve le frustrazioni di tutti i membri del gruppo e le canalizza affinché non intacchino il gruppo stesso. La posizione che occupa questo soggetto non è certo piacevole. Tuttavia alcune evidenze scientifiche mostrano come non sia il gruppo a assegnare il ruolo di capro espiatorio a una persona, ma sia la persona stessa che assume (involontariamente) tale ruolo.  Anche se spesso può essere trattato come “l’ultima ruota del carro” non necessariamente ha rapporti sociali nefasti con i colleghi. Inoltre, i colleghi stessi, non sono intenzionati a danneggiarlo o cacciarlo dal gruppo. Essi stessi sono consapevoli dell’utilità del ruolo che ricopre per il benessere dell’intero gruppo.

 

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MOBBING E BULLISMO: CONCETTI DIVERSI?

A primo impatto si potrebbe pensare che mobbing e bullismo siano lo stesso identico fenomeno ma con due nomi diversi. Nonostante molte caratteristiche e conseguenze dei due fenomeni siano simili, rimangono due concetti separati. Anzitutto è differente il contesto e l’età in cui le due manifestazioni trovano origine. Differenti sono anche le modalità con cui viene protratto il comportamento vessatorio e violento. Nel caso del mobbing, infatti, risulta essere più velato e indiretto e raramente comporta atti di violenza fisica e/o aggressioni dirette.

Le caratteristiche della vittima rappresentano una differenza interessante e peculiare che aiuta anche a comprendere le motivazioni nascoste dietro tali comportamenti. Nei casi di bullismo la vittima è sempre una persona percepita come “debole, indifesa e diversa”. La vittima di mobbing invece rappresenta non una persona percepita come debole, ma una persona “temuta dal branco”.

Nel mobbing, infatti, chi viene vessato è solitamente qualcuno con una marcia in più, che produce di più e ottiene performance più alte. La volontà di allontanare, umiliare e isolare il soggetto temuto non è presente nel bullismo (il cui scopo è unicamente quello di vittimizzare un soggetto già debole). Le critiche e le aggressioni verbali nascono proprio dal timore di essere sopraffatti dalla “bravura ed efficenza” del soggetto preso di mira. I continui attacchi all’autostima hanno lo scopo di “indebolire” la persona temuta e renderla, così, innocua e indifesa in modo da progredire nella propria carriera senza disturbi.

ESSERE VITTIMA DI MOBBING

Quando si è vittima di mobbing si perde ben presto la fiducia in sé stesso e la voglia di “fare”. Ci si sente disprezzati e trattati ingiustamente. Il disagio prende piede e l’unica cosa che resta da fare è sottomettersi e sopportare in silenzio i soprusi.

Così non deve andare. Se sei stato o sei vittima di mobbing dovresti sapere che esistono delle leggi specifiche che tutelano il lavoratore in caso di mobbing. Dunque, quando sembra che non ci sia altro da fare se non sopportare in silenzio dovresti, anzitutto, denunciare e tutelarti. Probabilmente non tutte le situazioni raggiungono la gravità tale da essere denunciate e perseguite penalmente. Tuttavia creano comunque disagio e frustrazione al lavoratore nel contesto aziendale. In questi casi non si deve “far finta di nulla” solo perché la legge non ritiene “eccessivamente grave” il comportamento persecutorio.

Una strategia che potrebbe rivelarsi efficacie riguarda la comunicazione. Provare a comunicare con i propri “aggressori” o, nel caso in cui il dirigente non sia a conoscenza di ciò che succede, con quest’ultimo è già un primo passo per affrontare la situazione. La situazione và affrontata e non ignorata. Rimanere consapevoli dei propri valori e capacità è essenziale per non cadere nel buco nero dell’angoscia. Frequentare associazioni che si occupano di mobbing può risultare utile nella messa in atto di strategie e per l’autostima.

La cosa che risulta più importante in questi casi è non arrendersi alle vessazioni, non lasciare il lavoro e non portare il proprio lavoro a casa. In questa maniera, involontariamente, si da un rinforzo positivo ai vessatori, che aumenteranno il loro comportamento persecutorio perché “efficacie a frustrarvi”. Reagire è fondamentale. Il mobbing non è infinito. La richiesta di aiuto e la comunicazione del problema a chi di competenza può aiutarvi a recuperare serenità sul posto di lavoro.

CYBERBULLISMO E MOBBING

Se prima bullismo e mobbing erano rilegati e limitati a specifici contesti di vita (scuola, contesto lavorativo, centri di aggregazione) oggi, a causa della diffusione delle nuove tecnologie, anche i comportamenti volti a danneggiarci possono raggiungerci ovunque.

Questo fenomeno prende il nome di “Cyber-bullismo”.

Con la diffusione dei cellulari e di internet, si sono moltiplicati i modus operandi e le strategie dei persecutori nei confronti delle loro vittime. Nel caso del bullismo, facebook è il luogo di principale abuso nei confronti di giovani ragazzi.

Per quanto riguarda il mobbing, più che su facebook, i persecutori fanno sentire la loro presenza tramite il cellulare. Procurandosi il numero della vittima, oltre che “torturarlo” sul posto di lavoro, iniziano a mandare anche messaggi e chiamate minacciose e aggressive. Il risultato è che la vittima non viene mai lasciata in pace.

Tuttavia, fortunatamente, è più difficile rispetto al bullismo che delle persone adulte mettano in atto questi comportamenti utilizzando le tecnologie in commercio. Lo scopo ultimo di chi porta avanti comportamenti di mobbing non è, infatti, perseguitare la vittima ma rendergli difficile la vita nel contesto lavorativo.

Chiara D’agata – Laurea in scienze e tecniche psicologiche

Centro Clinico Eden

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