La meditazione buddista ebbe avvio circa 2.500 anni fa, quando visse il Buddha e la meditazione era già praticata secondo diverse tradizioni. Egli ne sperimentò alcune ma senza piena soddisfazione, e il suo scopo consisteva nel voler eliminare la sofferenza dal mondo in modo permanente, attraverso un cambiamento radicale della condizione umana.

L’illuminazione gli venne durante la celebre meditazione sotto l’albero.

Proprio sotto di esso si mise a meditare spontaneamente. Spinto da una esigenza interiore molto forte, non durante un esercizio, non per volontà ma per una autentica forte aspirazione interiore. Le classi gli avevano fornito le basi, per seguirle aveva dovuto ricorrere alla volontà, ma la vera meditazione era nata dentro di lui in maniera indipendente dal resto.

Durante quella meditazione si dice abbia pensato a lungo a ciò che aveva fatto, per poi mettersi in osservazione dei propri pensieri da fuori, come se appartenessero ad altri. Tutto, in tale stato, gli apparve privo di contenuto, esistente unicamente come effetto interdipendente di un gigantesco processo. Anche l’io gli apparve come un aggregato temporaneo di funzioni. Ritenne che l’essenza di tutti i fenomeni fosse la vacuità, e per questo tutti gli sforzi di essere qualcosa fossero destinati a fallire.

Il frutto della sua meditazione non è stato il risultato di uno sforzo per conseguire qualche cosa, ma di una autentica esigenza interiore. Lo sforzo di diventare qualcosa è il principale ostacolo dell’uomo ad essere se stesso.

Per il Buddismo non bastano le buone intenzioni e una condotta retta per raggiungere l’illuminazione. Si ritiene necessario possedere anche chiara comprensione, penetrante consapevolezza, mancanza di egocentrismo e costante meditazione.

Le scritture buddiste distinguono fra “arhat”, colui che ha conseguito l’illuminazione, ma non la comunica agli altri, e “bodhisattva”, colui che ha conseguito l’illuminazione e si propone di aiutare gli altri. Questa importante differenza ha originato due correnti fondamentali del Buddismo: “Hīnayāna” o Piccolo Veicolo, e “Mahāyāna” o Grande Veicolo. Quest’ultima si basa sul concetto che il bodhisattva rinuncia ad entrare nel nirvana e rimane nel ciclo delle reincarnazioni per aiutare gli altri esseri senzienti a raggiungere l’illuminazione.

Il bodhisattva deve comunicare e trasmettere un insegnamento che non è definibile né concettualizzabile.

Che non è svelabile a parole, ma che si può raggiungere solo attraverso l’esperienza. Egli rimane un mediatore tra l’uomo e la verità, è l’incarnazione del messaggio e dà alla parola la dimensione che essa non può avere, perché, secondo il buddismo, non basta conoscere la via ma bisogna anche percorrerla in prima persona.

Il bodhisattva è un aiuto, ma può anche divenire un ostacolo qualora l’allievo si abbandonasse ad un rapporto passivo con il proprio maestro e qualora manchi un contenuto realizzativo. Per tale motivo lo Zen ammonisce asserendo: “Se incontri Buddha, uccidilo!”.

Il Grande Veicolo favorisce una graduale liberazione con la devozione, l’etica, la compassione, la riflessione, la quiete mentale. Il Piccolo Veicolo favorisce la possibilità di una realizzazione immediata con la tecnica della presenza mentale, della consapevolezza, della penetrazione intuitiva. I metodi di Meditazione Buddista delle due correnti sono simili e sono preceduti da 7 punti fondamentali. Questi hanno lo scopo di preparare l’allievo alla Meditazione attraverso comportamenti, conoscenze, purificazione, e che con la Meditazione costituiscono:

L’ottuplice sentiero

a)   retta opinione, cioè conoscere la realtà autentica delle cose;

b)   retto pensiero, o retta intenzione, cioè atteggiamenti improntati a compassione e armonia, senza egoismo ed emotività;

c)   retta parola, cioè attenersi scrupolosamente alla verità;

d)   retta azione, cioè non compiere nessun atto che possa creare sofferenza;

e)   retto modo di vivere, cioè non compiere azioni inutili;

f)    retto sforzo, cioè combattere il male esistente e adoperarsi per prevenirlo;

f)     retta memoria, o ricordare le verità fondamentali;

g)   retta Meditazione, cioè la Meditazione che dà forza ai sette punti precedenti.

Questo è il punto che distingue il Buddismo da altre vie piene di precetti, regole, comandamenti, da sentieri lastricati da buone intenzioni, ma incapaci dì trasformare la personalità. È la Meditazione Buddista che permette a questi punti di penetrare profondamente nell’allievo,di orientare la sua vita e di favorire un suo sostanziale cambiamento. Buddha ha fuso elementi di diverse tradizioni con tecniche di meditazione che permettono di passare da enunciazione, conoscenza, comprensione intellettuale fino ad arrivare alla realizzazione concreta.


Tratto da Ipnosi e Meditazione di Federico Gullotta

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