All’ interno del Buddismo tibetano, contrariamente a quanto si crede, la meditazione tibetana  non ha niente a che vedere con pratiche esoteriche di varia entità. In effetti, il termine tibetano per definire la meditazione è gom, che vuol semplicemente dire “familiarizzare”.

La familiarizzazione deve avvenire con se stessi. Familiarizzare con la propria mente vuol dire osservare, senza fare assolutamente nulla. Limitarsi a guardare qualsiasi azione che la mente compie senza disturbarla, senza prevenirla o reprimerla.

Si è spettatori della propria mente, un po’come se si stesse guardando un film al cinema. In effetti, limitandosi ad osservare la mente,lentamente la si svuota dai pensieri. Attraverso la pratica costante della meditazione tibetana si comincia ad attivare una maggiore concentrazione e consapevolezza di se stessi.

Per la tradizione buddista la meditazione, pur essendo fondamento di ogni religione, in realtà trascende il dogma religioso. Rappresenta invece un mezzo per liberarsi dalle oppressioni e dirigersi verso un nuovo spazio incontaminato. Il Buddismo tibetano più presente in Europa, specie in Francia, è quello del Vajrayāna(rDo–rje theg–pa), traducibile come “Via del lampo” o “Via del diamante”. Questa forma privilegia il ruolo del Maestro, l’unico che può guidare il novizio sulla via del Vajra, il diamante sinonimo di indistruttibilità.

Il Buddhismo Vajrayāna nasce in India nel VI–VII secolo d.C. Secondo gli studiosi, consiste in un sincretismo di dottrine induiste denominate tantrismo, basi sciamaniche, popolari e Buddhismo Mahāyāna. I testi fondamentali, i cosiddetti Tantra, sono databiliintorno a quel periodo.

Tralasciando l’essere buddisti, la pratica della meditazione tibetana consente importanti benefici nella quotidianità.

La pratica

La pratica della meditazione tibetana afferma di consentire a promuovere nell’essere umano il non condizionamento eccessivo dalle emozioni esterne disturbanti, causa di problemi. Riuscendo così a far mantenere la concentrazione e a far assumere un comportamento il più possibile etico e in armonia con il mondo.

Ogni tecnica della meditazione tibetana si caratterizza per specifiche funzioni e specifici benefici. Rappresenta il mattone di una struttura concepita al fine di condurre la mente verso una visione realistica dell’universo. In sostanza si tratta di essere completamente onesti con se stessi. Si prende coscienza di ciò che si è, impegnandosi per migliorare e per essere più utili anche agli altri.

Le tecniche di meditazione tibetana possono essere suddivise in due grandi gruppi:

Meditazione Stabilizzante

Sviluppa la capacità di concentrazione su un preciso punto, rappresentando un pre–requisito per ottenere qualunque realizzazione duratura nella pratica.

La meditazione samatha si basa sulla consapevolezza del respiro. La consapevolezza attraverso l’osservazione prolungata (per almeno 15–30 minuti) delle fasi di inspirazione ed espirazione. Questo, in uno dei punti in cui è più netta la sensazione del respiro che entra e circola nel corpo.

Grazie alla meditazione samatha, è possibile focalizzare l’attenzione distogliendola dalle emozioni negative, come la rabbia, l’ansia, l’invidia e il rancore.

Meditazione Analitica

Stimola il pensiero creativo e intellettuale, determinante per lo sviluppo. Il passo fondamentale per ottenere una reale coscienza intuitiva è capire concettualmente la realtà delle cose.

La consapevolezza di sé e del proprio corpo non deve limitarsi al momento della giornata dedicato alla pratica. In qualunque momento della giornata colui che pratica questa forma di meditazione deve sforzarsi di essere consapevole. Consapevole di ciò che sta facendo, delle sensazioni che prova e della propria attività mentale.

Questa chiarezza concettuale si trasforma poi in certezza e, unita alla meditazione stabilizzante, costituisce la porta della conoscenza diretta e intuitiva.


Tratto da Ipnosi e Meditazione di Federico Gullotta

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